Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’azione di
politica economica del Governo si è sviluppata e si sta
sviluppando, in questi sei mesi, su tre piani: sul piano
della stabilizzazione triennale del bilancio pubblico; sul
piano della tutela del risparmio; sul piano del sostegno
alle imprese e alle famiglie. È stato, ed è, uno sviluppo
basato su una visione di insieme che noi valutiamo
sistematica ed organica. Forse vi è qualche asimmetria
informativa: vi è una parte che ritiene di aver visto tutto
giusto e da subito, mentre noi non avremmo visto tutto
giusto e da subito, e vi è una parte che ritiene che sia
stato visto abbastanza giusto, ma non fatto tutto il
possibile. Ci permettiamo di manifestare un qualche dissenso
rispetto a questo criterio di valutazione.La legge
finanziaria per il triennio è basata sul presupposto di una
crisi in arrivo e in intensificazione. Già in quest’Aula
abbiamo fatto notare, in tante forme, quanto sia stata
ragionevole la scelta di anticipare la finanziaria e di
stabilizzarla su tre anni rispetto a una crisi in arrivo. Lo
scenario di una crisi con la finanziaria aperta, forse,
sarebbe stato avverso al Paese. Lo spirito con cui stiamo
ora qui votando e valutando la finanziaria è uno spirito
costruttivo che, mi pare, in qualche modo, anticipa e
traguarda quella che potrebbe essere, per la prossima
sessione di bilancio, una corretta sessione di bilancio,
come se già noi, qui, stessimo realizzando una riforma della
legge di bilancio e finanziaria. È in questa logica che il
Governo ha non solo fatto propri contributi importanti
venuti dalla discussione in Commissione, ma ha anche fatto
propri, nei limiti della compatibilità, alcuni elementi di
proposta provenienti dall’opposizione. In particolare, mi
riferisco alla clausola di restituzione fiscale sul 2009,
basata sul principio di precauzione dell’effettiva
disponibilità di risorse oltre quelle stimate e sulle
procedure di definizione del contratto del pubblico impiego.
Sul secondo piano, quello del risparmio, il Governo ha agito
con il decreto-legge n. 155 del 2008, attualmente in
discussione in questo ramo del Parlamento. È un
provvedimento già illustrato in quest’Aula, basato sul
criterio della tutela del risparmio come bene
costituzionale. È stato notato: è un provvedimento a favore
delle banche. È assolutamente l’opposto: è un provvedimento
a favore del risparmio nel caso che le banche non integrino,
in pieno, il principio e il criterio costituzionale che
identifica, nel risparmio popolare, un bene pubblico. È
stato detto alternativamente: avete dato i soldi alle
banche, oppure: non c’è un euro. Sono sbagliate entrambe le
prospettazioni. Ripeto: non è un finanziamento alle banche
ma è, semplicemente, una garanzia per il risparmio. È vero
che le banche non prendono un euro, ma proprio per il fatto
che noi assumiamo che il presidio, la precauzione e la
prevenzione siano l’essenza stessa di quel provvedimento.
Il terzo piano è quello del sostegno all’economia. Io credo
che sia stata non sufficientemente valutata la parte della
legge finanziaria relativa all’economia reale, come se la
legge finanziariae il decreto-legge n. 112 del 2008 fossero
relativi solo ai conti pubblici. In realtà non è così. Nel
decreto e nei collegati c’è una notevole serie di
provvedimenti, ordinati in una logica di riforma strutturale
e riferiti all’economia reale: dalla concentrazione dei
fondi europei, alla banda larga, alla riforma del processo
civile, a un ampio catalogo di semplificazioni, fino al
nucleare. Mi permetto di far notare che se non è un
intervento di modernizzazione del reparto produttivo e
dell’economia reale il nucleare, allora noi abbiamo qualche
difficoltà a capire cosa sono gli interventi per l’economia
reale.
In ogni caso riteniamo, ed era ben previsto, che sia
necessario e possibile andare un po’ oltre quei
provvedimenti. È stato fatto notare, da più parti, anche in
questa sede, nei giorni scorsi, che è troppo tardi. Mi
permetto di far notare che non è troppo tardi, è il tempo
giusto. Come il provvedimento sul risparmio è stato adottato
in coerenza con le scelte di politica fatte dai nostri
partner europei, così sarà per il provvedimento che stiamo
studiando a sostegno dell’economia reale e delle famiglie.
La data di riferimento è quella dell’Ecofin, la data di
riferimento è quella dell’Eurogruppo, che si sono tenuti al
principio della settimana scorsa. È da allora che i Governi
europei hanno acquisito dei dati condivisi di economia reale
e di struttura dei bilanci. Senza la condivisione di quei
dati non sarebbe stato possibile fare scelte di politica
economica, e non è un limite del Governo italiano: nessun
Governo europeo ha adottato provvedimenti finora perché
tutti hanno aspettato il passaggio dell’Eurogruppo e
dell’Ecofin. Solo a partire dalla metà della settimana
scorsa sono stati annunciati pacchetti, interventi, blocchi
di provvedimenti nei Paesi europei più significativi, ed è
esattamente quello che faremo noi: non sarebbe stato
opportuno, saggio, ragionevole agire in anticipo e in
assenza di dati condivisi.
I dati definiti e condivisi in sede europea vedono, per il
nostro Paese, una proiezione di deficit per il 2008 al 2,5
per cento, per il 2009 al 2,6 e per il 2010 al 2,1; per la
Francia un deficit del 3 per cento per il 2008, del 3,5 per
il 2009 e del 3,8 nel 2010; per l’Inghilterra un deficit del
4,2 per il 2008, del 5,6 per il 2009 e del 6,5 per il 2010;
per la Spagna un deficit dell’1,6 per il 2008, del 2, 9 per
il 2009 e del 3,2 per il 2010.
Per la Germania, invece, un deficit pari a zero, e quindi il
pareggio di bilancio, per il 2008, lo 0,2, quindi un lieve
deficit, per il 2009, lo 0,5 per il 2010. I differenziali di
deficit sono funzioni dei differenziali di politiche fatte
in questi anni nei vari Paesi e sono la proiezione sul
futuro. Per l’area dell’euro la media del deficit è 1,3 per
il 2008, 1,8 per il 2009 e 2 per cento per il 2010. Molti
Paesi sono in area di deficit eccessivo; in base a questi
dati non è questa l’ipotesi avanzata per l’Italia (ripeto:
il 2,5, il 2,6, il 2,1; sono tutti valori sotto il 3 per
cento).
Le scelte di politica economica non dipendono solo dai
deficit previsti; naturalmente questi sono numeri di
previsione e di proiezione, e in tempi caratterizzati da
un’altissima variabilità dell’economia e degli andamenti
dell’economia anche le previsioni e le proiezioni hanno un
valore relativamente poco significativo, o non significativo
come era anni fa. La grandezza per noi più significativa,
comunque, non è quella rappresentata dal deficit, ma dal
debito, essendo quest’ultimo la variabile critica più
particolare per il nostro Paese.
Mi permetto, inoltre, di far notare un dato che è meno
critico del debito italiano, ed è la crescita: per anni
l’Italia è cresciuta meno degli altri Paesi, nella
proiezione dal 2008 in avanti è caduto il differenziale di
crescita dell’Italia. Evidentemente sono anni di crescita
negativa, ma è rimosso - come era in periodi di crescita
positiva, così non lo è più in un periodo di crescita
negativa - il differenziale di crescitaAlla base di questo
dato nuovo vi è, probabilmente, l’evidenza in ordine al
fatto che la crescita di molti Paesi, nostri competitori o,
comunque, comparati con noi, era finanziata dal debito
privato ed era quest’ultimo e i plusvalori immobiliari che
determinavano quel differenziale del PIL, più ampio negli
altri Paesi e più ridotto nel nostro. Venuto meno il
differenziale costituito da un eccesso di debito privato e
di plusvalori immobiliari, i nostri dati si sono, in
prospettiva, allineati rispetto a quelli degli altri Paesi.
Immagino l’obiezione, a questo punto, che sarà avanzata:
essi si sono allineati su un’ipotesi di non crescita - è
vero - ma, comunque, si sono allineati. Si tratta di un dato
che è oggetto di forte attenzione politica e tecnica negli
altri Paesi. In questa sede immagino che sarà oggetto di
attenzione polemica ma, in realtà, è un dato su cui possiamo
riflettere con prospettive di fiducia per il nostro Paese.
In base a questi dati e alle immagini che possiamo assumere,
fermo comunque il nostro impegno a non violare gli impegni
assunti in sede di applicazione del Patto di stabilità e di
crescita e ferma la fondamentale attenzione che riserviamo
al debito pubblico italiano, pensiamo che sia possibile
varare un provvedimento di sostegno all’economia, alle
imprese e alle famiglie, che non alteri i saldi di finanza
pubblica: un provvedimento che sarà organizzato - non è
ancora definito nei contenuti specifici - su alcune linee
essenziali; la prima linea essenziale è quella della domanda
pubblica.
Infatti, nutriamo la forte convinzione che la crescita
dipenda soprattutto dalla domanda pubblica, in particolare
dalla domanda pubblica europea: tale considerazione ci
riporta alle proposte presentate dal Governo italiano nel
semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione
europea nel 2003, circa l’emissione di eurobond per
finanziare le infrastrutture europee e circa l’alternativa,
sempre presentata dal Governo italiano e non eliminata (o
non considerata come la precedente), di utilizzare la Banca
europea degli investimenti, in rete con le Casse depositi e
prestiti, per finanziare la domanda pubblica europea. In
Italia si prevede, nei prossimi giorni, lo sblocco da parte
del CIPE di uno stock di investimenti di circa 16 miliardi
dieuro, un meccanismo di strutturazione delle tariffe che
faccia ripartire gli investimenti per le autostrade
(subordinando, una volta tanto, le tariffe all’effettività
degli investimenti e non l’una variabile indipendente
dall’altra: anche questa misura è in grado di mobilitare una
massa di investimenti molto elevata) e l’utilizzo, attivo e
non passivo, della Cassa depositi e prestiti, a partire dal
piano casa. Inoltre, stiamo studiando provvedimenti a favore
delle imprese, a partire dal loro finanziamento. Credo sia
fondamentale chiarire che non abbiamo la minima intenzione
di aiutare le banche, pur avendo la massima attenzione al
finanziamento alle imprese. Se un meccanismo sarà attivato,
si tratterà di un canale di finanziamento rivolto alle
imprese, non alle banche. Si tratterà di un fondo
finalizzato alle imprese, seppur passando attraverso le
banche.
Il funzionamento di quel meccanismo sarà monitorato e
segnalato all’attenzione del Parlamento, secondo le scadenze
che riterremo in questa sede ragionevoli. Fondamentalmente,
dovrà essere il sistema bancario a chiedere e il Parlamento
a disporre, attraverso l’adozione di una norma che sarà
assolutamente bipartisan, in grado di assicurare la massima
trasparenza e la subordinazione dell’acquisizione dei fondi
all’applicazione, da parte delle banche, di un codice etico.
Altri provvedimenti, come l’IVA di cassa, che facevano parte
del nostro programma, sono in fase di studio e sono
subordinati naturalmente all’approvazione europea, che pure
riteniamo ragionevolmente accessibile, insieme ad altri
provvedimenti che stiamo studiando. Per quanto riguarda il
capitale sociale o umano, già nella legge finanziaria, con
un emendamento, è potenziato il Fondo degli ammortizzatori
sociali ed intendiamo integrare con altri fondi gli
strumenti di assistenza in un anno che non si prevede
positivo.
Per quanto riguarda le famiglie, stiamo studiando
provvedimenti che riducano, nei limiti del possibile, lo
stress, l’angoscia e le difficoltà causate dalla crisi
economica. Lo faremo - lo ripeto - non «a deficit» o
sfondando i criteri di deficit, perché sarebbe in questi
termini una soluzione non solo illusoria, ma perversa,
perché il conto, in termini di maggiore interesse, sarebbe
ancora girato alle fasce più deboli della popolazione.
Quello che possiamo dire è che faremo tutto il possibile e
nel modo più giusto possibile.Per finire, sappiamo bene che
c’è la crisi: forse lo sappiamo perché l’avevamo prevista,
certamente lo sappiamo perché l’abbiamo considerata nel
programma e abbiamo seguito la tempistica possibile e
corretta in perfetto allineamento con gli altri Paesi
europei; tuttavia, se sappiamo che c’è la crisi, non siamo
quelli che fanno il tifo per la crisi. Noi, comunque, siamo
convinti del fatto che si deve avere, nella prospettiva,
anche un elemento di speranza e abbiamo speranza perché
abbiamo fiducia, fiducia nella saggezza delle famiglie
italiane, fiducia nella forza dei nostri lavoratori e dei
nostri imprenditori
11/11/2008
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