Sul piano etimologico la parola nazione deriva dal latino "natio, nationis"
che significa "nascita, stirpe". Dal punto di vista storico esprime il senso
della singolarità di un popolo, il rispetto per le sue tradizioni, la
custodia della particolarità del suo carattere comunitario.
Il nazionalismo nasce quando un popolo, cosciente
della sua singolarità, afferma il diritto di preservarla da minacce
disgregatrici o di vivificarla attraverso affermazioni simboliche di massa.
Non sono i nazionalisti ad inventare la nazione,
come affermano i marxisti.
Le forze vitali della stirpe agiscono nella
storia, formando la cultura di un popolo in sinergia con l’ambiente
geografico.
Ma quando sono minacciate, umiliate, offese,
producono anticorpi.
I nazionalisti sono gli anticorpi di un
popolo.
Difendono il corpo sociale dalla corruzione.
Nel corso dei secoli, all’amor patrio si sono
richiamati movimenti di diversa estrazione ideologica.
Questa polivalenza dimostra che il nazionalismo
si fonda su valori essenziali, come il naturale senso di appartenenza, e
stimola sentimenti socialmente efficaci, come la subordinazione degli
egoismi individuali all’interesse collettivo.
Il mito della patria evoca forze profonde
all’interno dell’uomo.
Le energie destate pervadono l’intera comunità
nella misura in cui ogni uomo, ispirato dall’amore istintivo per la sua
gente e la sua terra, sia sempre capace di identificarsi nella sua nazione.
La forza di un popolo risiede quindi nella
sostanziale omogeneità della sua cultura, soprattutto religiosa, e nella
coscienza della sua singolarità storica.
Ogni minaccia all’identità nazionale genera
malessere sociale e rischia di minare i fondamenti della civile convivenza.
Mentre le tecnologie produttive cambiano con
estrema rapidità, quando la scienza approda a nuove scoperte ed invenzioni,
le culture si evolvono sempre su un presupposto di continuità.
Le macchine obsolete si possono buttare via, ma
la tradizione culturale serve sempre nella sua integrità.
La persistenza riguarda gli orientamenti
fondamentali di ciascuna comunità, quei valori che definiscono un’identità
culturale e sociale collettiva da coniugare con le specificità di ogni
singolo individuo.
Per ben convivere, gli uomini e le donne che
formano un popolo devono mantenere un consenso, cioè continuare a
condividere il senso dell’esistenza.
Quando vengono imposti modelli sociali basati
sulla disomogeneità culturale e religiosa, tale consenso comincia ad
estinguersi.
Lo sdradicamento ed il relativismo etico, cioè la
carenza di valori forti radicati nella tradizione, producono sia patologie
individuali che problemi sociali, essendo i secondi spesso una conseguenza
delle prime.
Per tale ragione ogni partito politico, per
restare o aspirare al potere, ha bisogno del consenso.
In genere, nel linguaggio politico si confondono
le espressione del consenso - ad esempio il voto - con il consenso stesso.
I leader politici sanno bene che la loro capacità
di conquistare i sentimenti del popolo produce più voti della credibilità
dei loro programmi e che, in periodi di crisi, il ricorso a sentimenti
irrazionali, come l’amor patrio, crea maggiore coesione sociale di qualsiasi
spiegazione razionale dei fatti.
Il consenso della nazione italiana, cioè la
nostra identità nazionale, ha radici profonde.
Le differenze regionali non sono che sfumature o
irradiazioni di una centralità principiale e fondante rappresentata
dalla civiltà di Roma.
Ciò non vuol dire che gli italiani sono come gli
antichi romani.
Non si negano gli effetti della storia successiva
sulla formazione della nostra cultura.
Si vuole semplicemente collocare all’epoca romana
la fondazione della nostra nazione ed individuare il cuore dell’italianità
nella tradizione romana, che è stata progressivamente arricchita
dall’apporto di altre civiltà europee, latine o germaniche, che hanno
prevalso su influssi di culture allogene, di origine asiatica o africana.
L’unità territoriale della nostra penisola fu
realizzata da Roma antica.
Le popolazioni italiche (Liguri, Veneti,
Etruschi, Umbri, Sabelli, Latini, Iapigi, Campani, Lucani, Bruzzi, Siculi)
confluirono in un unico Stato senza sostanziale problemi di assimilazione
perché erano tutte di origine indoeuropea.
Al tempo di Augusto la penisola italica era
considerata madrepatria e, in quanto tale, era esentata dall’imposta
territoriale - il tributum soli - che invece gravava sulle altre regioni
dell’impero.
L’unificazione politica fu accompagnata
dall’integrazione culturale che avvenne attraverso la diffusione del latino.
Le parlate locali, che si svilupparono dopo la
caduta dell’impero, traevano pur sempre origine dalla lingua latina a
testimonianza del fatto che esisteva già un’identità nazionale che si
manifestava attraverso una sostanziale omogeneità linguistica.
Tra il 1304 ed il 1307 Dante Alighieri, nel De
vulgari eloquentia, definì i caratteri della lingua italiana, considerandola
una delle tre principali derivazioni della lingua latina.
Distinse poi i dialetti italiani in 14 gruppi
principali affermando che ognuno conteneva un presentimento della lingua
letteraria nazionale.
Dante sognava un volgare illustre che esprimesse
l’italianità dell’intera nazione e trionfasse nelle più alte espressioni
letterarie.
Era la lingua dei poeti siciliani e toscani,
degli Stilnovisti e di Dante stesso.
Rappresentava il cardine su cui si fondavano i
dialetti locali e, se gli Italiani avessero avuto un unico principe, questa
lingua era degna di essere parlata alla sua corte.
Dante era un convinto assertore dell’identità
nazionale, che si fondava sulla comune eredità storica e si esprimeva
attraverso i poeti che scrivevano nel volgare illustre.
Anche se l’Italia, a quel tempo, era
politicamente divisa, esisteva comunque, a suo giudizio, una corte ideale,
un centro di energie creatrici ispirate dal comune senso di appartenenza.
E fu Dante stesso, nella Divina Commedia, a
delimitare con estrema precisione il suolo italiano.
I confini nord - orientali arrivavano "a Pola
presso del Carnaro, che l'Italia chiude e i suoi termini bagna" (Inferno IX,
113-114). Ad ovest raggiungevano l’odierna La Turbie, in territorio
francese, a pochi chilometri dal confine attuale (Purgatorio III, 49-51).
La frontiera settentrionale era invece
rappresentata da "l’Alpe che serra la Magna sovra Tiralli" (Inferno XX,
61-63) con riferimento alla catena montuosa a nord di Tirolo di Merano nei
pressi del Brennero.
Le isole erano naturalmente comprese.
La formazione della nostra identità nazionale è
quindi anteriore alla riunificazione territoriale del 1861.
Fino ad allora ha trovato prevalentemente
espressione nella letteratura, nella musica, nelle arti figurative.
La tradizione romana, cuore pulsante
dell’italianità, si è identificata con la religione cattolica che, fino a
tempi recenti, ha continuato a celebrare in latino la sua liturgia.
Quando Benito Mussolini, nel giorno della marcia
su Roma, si presentò a Vittorio Emanuele III con la celebre frase "Maestà,
Vi porto l’Italia di Vittorio Veneto", era quella un’Italia dove la
maggioranza degli Italiani non parlava certo né il vogare illustre di Dante
né il latino di Virgilio, ma era un’Italia in cui, ogni sera, le famiglie si
riunivano per recitare il santo rosario.
Su questo consenso, fondato sulla fede cattolica
e temprato dalla guerra di trincea si incominciò a governare la nazione.
Il resto è storia recente. - Non bisogna
vergognarsi del nostro passato, del nostro presente e di ciò che dovrà
essere il nostro futuro: