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L' Identità Nazionale Italiana

Sul piano etimologico la parola nazione deriva dal latino "natio, nationis" che significa "nascita, stirpe". Dal punto di vista storico esprime il senso della singolarità di un popolo, il rispetto per le sue tradizioni, la custodia della particolarità del suo carattere comunitario.

Il nazionalismo nasce quando un popolo, cosciente della sua singolarità, afferma il diritto di preservarla da minacce disgregatrici o di vivificarla attraverso affermazioni simboliche di massa.

Non sono i nazionalisti ad inventare la nazione, come affermano i marxisti.

Le forze vitali della stirpe agiscono nella storia, formando la cultura di un popolo in sinergia con l’ambiente geografico.

Ma quando sono minacciate, umiliate, offese, producono anticorpi.

I nazionalisti sono gli anticorpi di un popolo.

Difendono il corpo sociale dalla corruzione.

Nel corso dei secoli, all’amor patrio si sono richiamati movimenti di diversa estrazione ideologica.

Questa polivalenza dimostra che il nazionalismo si fonda su valori essenziali, come il naturale senso di appartenenza, e stimola sentimenti socialmente efficaci, come la subordinazione degli egoismi individuali all’interesse collettivo.

Il mito della patria evoca forze profonde all’interno dell’uomo.

Le energie destate pervadono l’intera comunità nella misura in cui ogni uomo, ispirato dall’amore istintivo per la sua gente e la sua terra, sia sempre capace di identificarsi nella sua nazione.

La forza di un popolo risiede quindi nella sostanziale omogeneità della sua cultura, soprattutto religiosa, e nella coscienza della sua singolarità storica.

Ogni minaccia all’identità nazionale genera malessere sociale e rischia di minare i fondamenti della civile convivenza.

Mentre le tecnologie produttive cambiano con estrema rapidità, quando la scienza approda a nuove scoperte ed invenzioni, le culture si evolvono sempre su un presupposto di continuità.

Le macchine obsolete si possono buttare via, ma la tradizione culturale serve sempre nella sua integrità.

La persistenza riguarda gli orientamenti fondamentali di ciascuna comunità, quei valori che definiscono un’identità culturale e sociale collettiva da coniugare con le specificità di ogni singolo individuo.

Per ben convivere, gli uomini e le donne che formano un popolo devono mantenere un consenso, cioè continuare a condividere il senso dell’esistenza.

Quando vengono imposti modelli sociali basati sulla disomogeneità culturale e religiosa, tale consenso comincia ad estinguersi.

Lo sdradicamento ed il relativismo etico, cioè la carenza di valori forti radicati nella tradizione, producono sia patologie individuali che problemi sociali, essendo i secondi spesso una conseguenza delle prime.

Per tale ragione ogni partito politico, per restare o aspirare al potere, ha bisogno del consenso.

In genere, nel linguaggio politico si confondono le espressione del consenso - ad esempio il voto - con il consenso stesso.

I leader politici sanno bene che la loro capacità di conquistare i sentimenti del popolo produce più voti della credibilità dei loro programmi e che, in periodi di crisi, il ricorso a sentimenti irrazionali, come l’amor patrio, crea maggiore coesione sociale di qualsiasi spiegazione razionale dei fatti.

Il consenso della nazione italiana, cioè la nostra identità nazionale, ha radici profonde.

Le differenze regionali non sono che sfumature o irradiazioni di una centralità principiale e fondante rappresentata dalla civiltà di Roma.

Ciò non vuol dire che gli italiani sono come gli antichi romani.

Non si negano gli effetti della storia successiva sulla formazione della nostra cultura.

Si vuole semplicemente collocare all’epoca romana la fondazione della nostra nazione ed individuare il cuore dell’italianità nella tradizione romana, che è stata progressivamente arricchita dall’apporto di altre civiltà europee, latine o germaniche, che hanno prevalso su influssi di culture allogene, di origine asiatica o africana.

L’unità territoriale della nostra penisola fu realizzata da Roma antica.

Le popolazioni italiche (Liguri, Veneti, Etruschi, Umbri, Sabelli, Latini, Iapigi, Campani, Lucani, Bruzzi, Siculi) confluirono in un unico Stato senza sostanziale problemi di assimilazione perché erano tutte di origine indoeuropea.

Al tempo di Augusto la penisola italica era considerata madrepatria e, in quanto tale, era esentata dall’imposta territoriale - il tributum soli - che invece gravava sulle altre regioni dell’impero.

L’unificazione politica fu accompagnata dall’integrazione culturale che avvenne attraverso la diffusione del latino.

Le parlate locali, che si svilupparono dopo la caduta dell’impero, traevano pur sempre origine dalla lingua latina a testimonianza del fatto che esisteva già un’identità nazionale che si manifestava attraverso una sostanziale omogeneità linguistica.

Tra il 1304 ed il 1307 Dante Alighieri, nel De vulgari eloquentia, definì i caratteri della lingua italiana, considerandola una delle tre principali derivazioni della lingua latina.

Distinse poi i dialetti italiani in 14 gruppi principali affermando che ognuno conteneva un presentimento della lingua letteraria nazionale.

Dante sognava un volgare illustre che esprimesse l’italianità dell’intera nazione e trionfasse nelle più alte espressioni letterarie.

Era la lingua dei poeti siciliani e toscani, degli Stilnovisti e di Dante stesso.

Rappresentava il cardine su cui si fondavano i dialetti locali e, se gli Italiani avessero avuto un unico principe, questa lingua era degna di essere parlata alla sua corte.

Dante era un convinto assertore dell’identità nazionale, che si fondava sulla comune eredità storica e si esprimeva attraverso i poeti che scrivevano nel volgare illustre.

Anche se l’Italia, a quel tempo, era politicamente divisa, esisteva comunque, a suo giudizio, una corte ideale, un centro di energie creatrici ispirate dal comune senso di appartenenza.

E fu Dante stesso, nella Divina Commedia, a delimitare con estrema precisione il suolo italiano.

I confini nord - orientali arrivavano "a Pola presso del Carnaro, che l'Italia chiude e i suoi termini bagna" (Inferno IX, 113-114). Ad ovest raggiungevano l’odierna La Turbie, in territorio francese, a pochi chilometri dal confine attuale (Purgatorio III, 49-51).

La frontiera settentrionale era invece rappresentata da "l’Alpe che serra la Magna sovra Tiralli" (Inferno XX, 61-63) con riferimento alla catena montuosa a nord di Tirolo di Merano nei pressi del Brennero.

Le isole erano naturalmente comprese.

La formazione della nostra identità nazionale è quindi anteriore alla riunificazione territoriale del 1861.

Fino ad allora ha trovato prevalentemente espressione nella letteratura, nella musica, nelle arti figurative.

La tradizione romana, cuore pulsante dell’italianità, si è identificata con la religione cattolica che, fino a tempi recenti, ha continuato a celebrare in latino la sua liturgia.

Quando Benito Mussolini, nel giorno della marcia su Roma, si presentò a Vittorio Emanuele III con la celebre frase "Maestà, Vi porto l’Italia di Vittorio Veneto", era quella un’Italia dove la maggioranza degli Italiani non parlava certo né il vogare illustre di Dante né il latino di Virgilio, ma era un’Italia in cui, ogni sera, le famiglie si riunivano per recitare il santo rosario.

Su questo consenso, fondato sulla fede cattolica e temprato dalla guerra di trincea si incominciò a governare la nazione.

Il resto è storia recente. - Non bisogna vergognarsi del nostro passato, del nostro presente e di ciò che dovrà essere il nostro futuro:

" Italia, simbolo per i Suoi figli "

Ignazio Picardi

 

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