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IL MAGISTRATO Paolo Borsellino
(n. 19/1/1940 - m. 19/7/1992)
"Palermo non mi
piaceva, per questo
ho imparato ad
amarla.
Perché il vero amore
consiste nell’amare
ciò che non piace
per poterlo
cambiare."
(Paolo Borsellino)
Introduzione
Per poter inquadrare la persona Borsellino è
necessario distinguere e conoscere non soltanto il Borsellino
giudice, ma anche lo studente e l’uomo.
La personalità di Borsellino, la caparbietà, la
passione, l’allegria e l’amore per tutto ciò avesse intorno, sono le
principali caratteristiche che si vogliono far emergere da queste
poche righe. Molte di più ne sarebbero necessarie, ma piccoli cenni,
brevi episodi trasmetteranno la forza d’animo, l’originalità e il
grande attaccamento alla famiglia di questo personaggio.
Una nota breve ma necessaria. Si parla di Paolo
Borsellino e non di Giovanni Falcone, non per discriminare una
persona di enorme valore sia umano che professionale, ma solo perché
diversi e più numerosi sono stati i modi di conoscere la personalità
dell’uno rispetto a quella dell’altro. Due magistrati restii a
comparire davanti alle telecamere, se non in momenti fondamentali,
molto schivi ma tremendamente uniti fra loro. Un unico obiettivo:
sconfiggere la mafia.
L’uomo
Borsellino nasce a Palermo il 19/1/1940 quasi
alla fine del Fascismo.
La famiglia vive e vivrà in un quartiere borghese
di Palermo: la Magione.
Borsellino è molto attaccato a questo quartiere
dove ha trascorso tutta la giovinezza.
Al momento dello sbarco degli alleati in Sicilia
la madre di Borsellino vieta ai figli di accettare qualsiasi dono
dai soldati americani.
"La Patria è sconfitta, i sacrifici sono stati
inutili, non c’è da essere felici..."
è una delle frasi della madre di Borsellino in
quel momento.
Queste vicende e i racconti di "Zio Ciccio",
reduce della Campagna d’Africa, suscitano curiosità e lo spingono ad
assumere un atteggiamento obiettivo sulle vicende del periodo
fascista, di cui la sua famiglia è stata protagonista.
Affascinato dai racconti eroici, a volte un po’
esagerati, dello zio curioso di sapere la verità su quel periodo,
Borsellino cerca, attraverso la lettura di storici come Renzo De
Felice, Zangardi, ecc., di conoscere la verità sugli avvenimenti di
quell’epoca.
Egli ha un carattere forte, un po’ ribelle e
molto aperto verso tutti.
E’ interessato alle vicende che segnano la vita
della Sicilia, terra che ama profondamente, e alle sue tradizioni ;
il desiderio di ricerca e di conservazione è molto forte in lui sin
da ragazzo, tant’è che fugge da casa per andare nel paese natale del
suo nonno paterno e ricostruire l’albero Genealogico della famiglia.
Anno dopo anno Borsellino costruisce e conserva
un archivio personale molto dettagliato in cui vengono custoditi,
gelosamente, documenti relativi alla vita della famiglia e del
paese.
Anche il rapporto con i figli è molto forte.
Sebbene il tempo da dedicargli non sia molto,
egli vuole conoscere tutto della loro vita e a cena, conservando la
tradizione della sua famiglia natale, fa lunghe chiacchierate con
ognuno di loro.
Cerca di proteggerli dalla realtà che è intorno a
lui e, nello stesso tempo, di trasmettergli il proprio modo di
essere e di agire.
Un episodio per comprendere la fatica e la
difficoltà di questo rapporto lo si può trovare nel momento in cui,
in piena attività antimafia, Borsellino viene trasferito con Falcone
sull’isola dell’Asinara per motivi di sicurezza.
Fiammetta, figlia di Borsellino, sta male, viene
allontanata dall’isola è malata di anoressia.
La veglia la notte e cerca di aiutarla in tutti i
modi.
Per tutta la sua esistenza quel senso di
protezione, quel senso di colpa per aver provocato problemi così
grandi alla sua famiglia e, soprattutto, la volontà di stare vicino
a sua figlia non lo abbandoneranno mai.
Movimentismo
Al liceo Borsellino dirige il giornale "Agorà"
dell’istituto Meli, il liceo classico che frequenta.
E’ un periodo difficile per la Sicilia, molti
lavoratori cominciano ad emigrare per trovare lavoro e questo lo fa
soffrire profondamente.
Sente molto forte la necessità di unire gli
studenti ed i lavoratori di Palermo per raggiungere una soluzione
dei problemi della Sicilia.
Borsellino lavora molto caparbiamente al progetto
di costruire un giornale scolastico cittadino, di tutti gli
istituti, dove gli studenti possano confrontarsi e, insieme,
costruire il loro futuro.
Organizza un convegno cittadino per esporre il
progetto.
Unico scopo: salvare la propria terra.
"Se gli sforzi dei vari giovani che affrontano
ogni anno sacrifici, talvolta anche rilevanti, per dar vita a
giornali di istituto resteranno disuniti, i risultati saranno
sterili, dice Borsellino, E questo nostro ottimismo è giustificato
dal fatto che si trova in cantiere un giornale unico per tutte le
scuole di Palermo...e un convegno della stampa cittadina studentesca
che getti le basi per una lunga e proficua discussione sui nostri
problemi."
Cominciano una serie di incontri serali a casa
Borsellino.
Il dibattito e questa forte attività
intellettuale sono stimolati dai genitori che, spesso, la sera dopo
cena, ascoltano "cenacoli" di studenti in cui si dibatte sui
problemi più vari.
Borsellino si diploma nel 1958 e si iscrive alla
facoltà di Giurisprudenza.
Sapeva che sarebbe stato meglio per la sua
famiglia che si iscrivesse alla facoltà di farmacia, per continuare
la professione di suo padre, ma caparbio e determinato è già diretto
verso la professione di magistrato.
Università
All’Università (1959) Borsellino si iscrive
all’organizzazione FUAN Fanalino.
Membro dell’esecutivo provinciale, delegato al
congresso provinciale, viene eletto come rappresentante studentesco
nella lista del Fuan Fanalino.
In questi anni l’attività politica lo prende
molto e riesce a conciliare politica e studio senza grossi problemi.
Borsellino è anche un goliarda, e si
diverte a fare scherzi alle matricole.
Sua sorella racconta che si divertiva a rivolgere
domande su argomenti inesistenti alle matricole che stavano
aspettando di sostenere gli esami.
Solo quando il "terrore" era quasi totale e il
loro turno era prossimo, Borsellino gli rivelava lo scherzo.
Vive la vita universitaria a tempo pieno, con
forte passione.
Egli sente il rapporto con gli studenti e lo
coltiva in mille modi ; è impegnato, allegro, gioca e scherza.
Queste caratteristiche resteranno invariate per tutta la vita.
Se esaminiamo la personalità di Borsellino come
studente, come membro della società civile e come magistrato
possiamo notare come il rapporto con la gente è e rimane
fondamentale.
Nel 1960 scoppia una rissa tra studenti di
sinistra e di destra all’Università di Palermo.
Borsellino viene fermato e interrogato dal
magistrato Terranova (poi ucciso dalla mafia), noto come magistrato
di sinistra.
Conferma l’appartenenza al Fuan Fanalino ma nega
ogni responsabilità sulla rissa.
Il magistrato lo rilascia.
Questo episodio lascia un forte segno nella
formazione della personalità e della vita di Borsellino insieme ad
un altro un po’ più lontano che gli viene raccontato fin da piccolo
ma che riemerge e prende consistenza proprio in questi anni.
Il nonno, nella piazza del paese dove tutti si
affrettavano a baciare la mano del boss mafioso locale, si rifiuta
di farlo e per tutta risposta il boss lo colpisce con uno schiaffo
in faccia.
Il nonno, senza abbassare lo sguardo, si gira e
se ne va.
Questi due episodi rappresentano per Borsellino
due fatti importanti che lo formano nella professione di magistrato
e lasciano il segno.
Nel primo caso si rende conto di come sia
difficile e indispensabile, per chi giudica vicende umane,
salvaguardare l’imparzialità e la serenità nei giudizi.
Nel secondo episodio comprende la necessità di
sconfiggere la cultura mafiosa prima nelle coscienze dei siciliani e
poi nelle aule giudiziarie.
Nel 1962 Borsellino si laurea con 110 e lode e,
pochi giorni dopo, subisce la perdita del Padre.
Ora è affidato a lui il compito di provvedere
alla famiglia.
Si impegna con l’ordine dei farmacisti a tenere
la farmacia del padre fino al conseguimento della laurea in farmacia
di sua sorella.
Tra piccoli lavoretti e le ripetizioni Borsellino
studia per superare il concorso in magistratura.
Ci riesce nel 1963.
Tenace e responsabile va dritto alla meta.
Fare il magistrato a Palermo ha un senso
profondo, non è una professione qualunque.
L’amore per la sua terra, per la giustizia gli
danno quella spinta interiore che lo porta a diventare magistrato
senza trascurare i doveri verso la sua famiglia.
Il Magistrato
Svolge una parte dell’uditorato, periodo di
pratica per i magistrati, a fianco del giudice Terranova. La
sorpresa è tanta, di entrambe.
Nel 1965 Borsellino viene mandato al tribunale
civile di Enna come uditore giudiziario. Anche lì lascia il segno
per l’entusiasmo e la vitalità che trasmette a chi gli è intorno.
Così ne parla Nello Sciacca nel discorso di congedo prima di
approdare al palazzo di giustizia di Catania: "...Un discorso a
parte merita Paolo Borsellino...tremo per lui e lo raccomando a
tutti voi.... Cercate di spiegargli pure quante sigarette si possono
impunemente fumare in un giorno, quanto pepe vada sparso sulle
pietanze, e infine come non sia del tutto indispensabile, uscendo di
casa, lasciare la luce accesa, la porta spalancata e tutti i
rubinetti aperti....Lo ricorderò sempre come un caro ragazzo, che
poteva essere mio figlio, e dietro il quale correvo giù per le scale
del tribunale gridando: "Paolo, accidenti a te, torna indietro,
fuori piove e fa freddo...Paolo, torna indietro ...almeno
l’ombrello...". E’ un uomo normale, un ragazzo "scapestrato", un po’
confusionario, ma con una forte spinta interiore che non lo fa mai
passare inosservato.
Nel 1967 ha il primo incarico direttivo Pretore a
Mazara del Vallo nel periodo del dopo terremoto.
Il 23 dicembre del 1968 Borsellino si sposa,
continua a lavorare a Mazara facendo avanti e indietro da Palermo,
anche più volte al giorno.
Nel 1969 viene trasferito alla pretura di
Monreale dove lavora fianco a fianco con il capitano dei Carabinieri
Emanuele Basile.
Nel 1975 Borsellino viene trasferito al
tribunale di Palermo e a luglio entra all’Ufficio istruzione
processi penali sotto la guida di Rocco Chinnici. Con il
Capitano Basile lavora alla prima indagine sulla mafia e da questo
momento comincia il suo impegno senza sosta per sconfiggere
l’organizzazione mafiosa. Nel 1980 arriva l’arresto de primi sei
mafiosi. Nello stesso anno il capitano viene ucciso in un agguato.
Per la famiglia Borsellino arriva la prima scorta con le difficoltà
che ne conseguono. Da questo momento il clima in casa Borsellino
cambia e il giudice stesso deve relazionarsi con "quei ragazzi" che
gli sono sempre a fianco e che cambieranno per sempre le abitudini
sue e della sua famiglia. La moglie racconta così il rapporto che il
giudice ha con la scorta "La sopporta, cerca di sfuggirla per quanto
possibile, pur sapendo a quali rischi va incontro. Iniziamo a
disertare i locali pubblici, gli dispiace costringere la gente che
li frequenta a convivere con uomini con le pistole in pugno....".
Il suo modo di fare, la sua decisione influenzano
il "sentire" dei suoi familiari. Dalle parole della moglie, ancora,
si può comprendere il rispetto e la sofferenza che si alternano nei
loro cuori: "...Il suo modo di esercitare la funzione di giudice lo
condivido perché anch’io credo nei valori che lo ispirano....Non
penso mai, per egoismo, per desiderio di una vita facile di
ostacolarlo....Non è stato un sacrificio immolare la sua vita al
mestiere di giudice: ama tantissimo cercare la verità, qualunque
essa sia."
La scorta costringe il giudice e la sua famiglia
a convivere con un nuovo sentimento: la paura. E’ così che
Borsellino ne parla e la affronta: "La paura è normale che ci sia,
in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non
bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo
che ti impedisce di andare avanti."
Borsellino, però, non è soltanto il magistrato
del Pool antimafia. Opera accanto alla gente comune, si prende
carico di dimostrare che la giustizia è dalla parte del popolo. Il
crollo di una casa fatiscente nel centro storico di Palermo provoca
la morte di un muratore e sul banco degli imputati finiscono due
assessori comunali. La sentenza di Borsellino è di proscioglimento
poiché venne dimostrato che i due non erano a conoscenza delle
condizioni in cui versava lo stabile, tuttavia usa parole durissime
nei confronti della giunta democristiana "moralmente responsabile
della tragedia". " ...Un’amministrazione che di questo scempio
dovrebbe almeno portare il rimorso, attivandosi per evitare
l’altissimo costo sociale di scelte errate e di selvagge
speculazioni con la perdita di vite innocenti che appartengono alla
parte più emarginata della infelice popolazione di questa città".
Il Pool Antimafia
Il Pool, quattro magistrati Falcone, Borsellino e
Barrile che lavorano uno a fianco all’altro, donando tutti se stessi
al lavoro e alla loro professionalità, sotto la guida esperta e
coraggiosa di Rocco Chinnici. Si intravede e, lentamente, si
instaura un legame comunitario tra i giudici che appartengono al
pool. Hanno la consapevolezza che ognuno è indispensabile nel suo
ruolo, che lavorare insieme, con forza e professionalità, può far
raggiungere risultati inaspettati. Per questo il pool si muove come
un blocco granitico e, a testa bassa, continua nella sua opera.
"Lavorando insieme, la mano destra deve sapere cosa fa la mano
sinistra. Da noi questo succede".
E’ nei giovani la forza su cui contare per
cambiare la mentalità della gente e i magistrati lo sanno. Vogliono
scuotere le coscienze e sentire intorno a sé la stima della gente.
Sia Falcone sia Borsellino hanno sempre cercato la gente. Borsellino
comincia a promuovere e a partecipare ai dibattiti nelle scuole,
parla ai giovani nelle feste giovanili di piazza, alle tavole
rotonde per spiegare e per sconfiggere una volta per sempre la
cultura mafiosa. Lo conosciamo alla festa del Fronte della Gioventù
a Siracusa, parla di Mafia sul nostro palco e ci trasmette una forza
d’animo ed una passione che è difficile raccontare. A quei tempi non
era facile coinvolgere nelle nostre manifestazioni uomini di spicco
della vita politica e istituzionale del paese, ancora siamo nel
"ghetto" ma per Borsellino non è un problema. Sente la sua missione
fino in fondo e interviene per far sentire a tutti i giovani
che le istituzioni ci sono e lavorano per garantirgli un nuovo
futuro senza morte e senza violenza. Vuole che i ragazzi sentano
l’importanza di sradicare la cultura mafiosa e parla con una forza
interiore tale da scuotere le nostre coscienze. Quella sera, dopo la
festa, qualcosa di nuovo è presente in noi : la consapevolezza che
esistono uomini che agiscono, ogni giorno della loro vita, con la
nostra stessa passione e generosità.
Fino alla fine della sua vita Borsellino, nel
tempo che gli rimane dopo il lavoro, cercherà di incontrare i
giovani, di comunicargli questi nuovi sentimenti e di renderli
protagonisti della lotta alla mafia.
Parallelamente continua il lavoro nel pool.
Questa squadra funziona bene, ma si comprende che per sconfiggere la
mafia il pool, da solo, non è sufficiente. Si chiede la promozione
di pool di giudici inquirenti, coordinati tra loro ed in continuo
contatto , il potenziamento della polizia giudiziaria, l’istituzione
di nuove regole per la scelta dei giudici popolari e di controlli
bancari per rintracciare i capitali mafiosi . I magistrati del pool
pretendono l’intervento dello stato perché si rendono conto che il
loro lavoro, da solo, non basta.
Borsellino lavora senza sosta, firma
provvedimenti, indaga, ascolta con dedizione e responsabilità. Per
questo Chinnici scrive una lettera al presidente del tribunale di
Palermo per sollecitare un encomio nei confronti suoi e di Giovanni
Falcone, importante per eventuali incarichi direttivi futuri. A
proposito di Borsellino così scrive Chinnici: " Magistrato degno di
ammirazione, dotato di raro intuito, di eccezionale coraggio, di non
comune senso di responsabilità, oggetto di gravi minacce, ha
condotto a termine l’istruzione di procedimenti a carico di
pericolose associazioni a delinquere di stampo mafioso".
L’encomio richiesto, non è mai arrivato.
Poi il dramma, il 4 agosto 1983 viene ucciso il
giudice Rocco Chinnici con un’autobomba. Borsellino è distrutto dopo
Basile anche Chinnici viene strappato alla vita e il vuoto si fa
sentire molto. Ancora la moglie di Borsellino racconta il legame di
Borsellino con Chinnici ; "Con Rocco, mio marito ha un rapporto di
amicizia e di fiducia intensa e reciproca. Una collaborazione durata
tanti anni, fondata sulla massima intesa...per Paolo la sua
uccisione è un altro dolore atroce."
Il "capo" del pool, il punto di riferimento,
viene a mancare e si ha l’impressione che la mafia, questa entità
che tutto vede e tutto osserva, abbia ben compreso lo spirito ed il
nuovo modo di lavorare dei giudici siciliani. Borsellino con molta
preoccupazione commenta: "La mafia ha capito tutto: è Chinnici la
testa che dirige il Pool".
A sostituire Chinnici arriva a Palermo il giudice
Caponnetto e il pool, sempre più affiatato continua nell’incessante
lavoro raggiungendo i primi risultati. "Sentiamo la gente fare il
tifo per noi". Il Pool non vuole sentirsi solo, cerca lo Stato e i
cittadini, vuole una mobilitazione generale contro la mafia.
Nel 1984 viene arrestato Vito Ciancimino e si
pente Buscetta, Borsellino sottolinea in ogni momento il ruolo
fondamentale dei pentiti nelle indagini e nella preparazione dei
processi.
Comincia la preparazione del Maxiprocesso e viene
ucciso il commissario Beppe Montana . Ancora sangue, per fermare le
persone più importanti nelle indagini sulla mafia e l’elenco dei
morti è destinato ad aumentare. Il clima è terribile Falcone e
Borsellino vengono immediatamente trasferiti all’Asinara per
concludere le memorie, predisporre gli atti senza correre ulteriori
rischi.
All’inizio del maxiprocesso l’opinione pubblica
inizia a criticare i magistrati, le scorte e il ruolo che si sono
costruiti. Un giorno la scorta di Borsellino ha un incidente e la
macchina finisce contro un gruppo di ragazzi che aspettavano
l’autobus. Uno di loro muore altri vengono ricoverati in ospedale.
Borsellino si sente responsabile e quasi ogni giorno si reca in
ospedale per avere notizie. Muore uno dei ragazzi più gravi e la
mamma, osservando il volto contratto del magistrato gli dice:
"Giudice, anche se mio figlio morirà, sappia che io non la riterrò
mai responsabile di quanto è successo. Ho visto che ha seguito tutti
i ragazzi come se fossero figli suoi, ora la smetta di sentirsi in
colpa."
Nel 1986 Borsellino diventa Procuratore di
Marsala per meriti, scavalcando un magistrato che doveva precederlo
per anzianità. Vuole continuare le indagini sulla Mafia in quella
provincia. Al centro (Palermo) Falcone e a Marsala Borsellino in
modo da scoprire tutti i collegamenti esistenti tra la mafia di
Palermo e quella della provincia. Vive in un appartamento nella
caserma dei carabinieri per risparmiare gli uomini della scorta. In
suo aiuto arriva Diego Cavaliero Magistrato di prima nomina.
lavorano tanto e con passione. Sempre fianco a fianco, Borsellino è
un esempio per il giovane, non si risparmia mai. Teme che la
conclusione del maxiprocesso attenui l’attenzione sulla lotta alla
mafia, che il clima scemi e si torni alla normalità. Per questo
Borsellino cerca la presenza dello Stato, incita la società civile a
continuare le mobilitazioni per tenere desta l’attenzione sulla
mafia e frenare chi pensa di poter piano piano ritornare alla
normalità.
Invece, il clima comincia a cambiare. Il fronte
unico che aveva portato a grandi vittorie della magistratura
siciliana e che aveva visto l’opinione pubblica avvicinarsi agli
uomini in prima linea e stringersi intorno a loro, comincia a
cedere.
Nel 1987 Caponnetto è costretto a lasciare la
guida del Pool a causa di motivi di salute. Tutti a Palermo
aspettavano la nomina di Falcone al suo posto, anche Borsellino è
ottimista. Presto, però, si rende conto che il CSM non è dello
stesso parere e si diffonde il terrore di veder distruggere il Pool.
Borsellino scende in campo e comincia una vera e propria guerra,
parla ovunque e racconta cosa stia accadendo alla procura di
Palermo; sui giornali, in televisione nei convegni, continua a
lanciare l’allarme. A causa delle sue dichiarazioni Borsellino
rischia il provvedimento disciplinare. Solo Cossiga, Presidente
della Repubblica, interviene in suo appoggio chiedendo di indagare
sulle dichiarazioni del magistrato per accertare cosa stesse
accadendo nel palazzo di giustizia di Palermo.
Il 31 luglio il CSM convoca Borsellino che
rinnova le accuse e le sue perplessità.
Il 14 settembre si pronuncia il CSM Falcone perde
e Antonino Meli, per anzianità, prende il posto che doveva essere
suo. Paolo Borsellino viene riabilitato, torna a Marsala e riprende
a capofitto a lavorare. Nuovi magistrati arrivano a dargli una mano,
giovani e, a volte di prima nomina. Il suo modo di fare, il suo
carisma ed i suo impegno in prima linea li contagiano; lo affiancano
con lo stesso fervore e con lo stesso coraggio nelle indagini su
fatti di mafia. Cominciano a parlare i pentiti e le indagini su
connessioni tra mafia e politica a prendere forma. Borsellino è
convinto che per sconfiggere la mafia i pentiti abbiano un ruolo
fondamentale. Anche i giudici, però, dovranno essere attenti,
controllare e ricontrollare ogni dichiarazione, ricercare i
riscontri ed intervenire solo quando ogni fatto possa essere
provato. E’ un’opera lunga ma i risultati non tarderanno ad
arrivare. Da questo momento gli attacchi a Borsellino diventano
forti ed incessanti. Le indiscrezioni su Falcone e Borsellino sono
ormai quotidiane; si parla di candidature alla Camera o alla carica
di Sindaco. I due magistrati smentiscono ogni cosa. Comincia,
intanto, il dibattito sull’istituzione della Superprocura e su chi
porre a capo del nuovo organismo. Falcone, intanto, va a Roma come
direttore degli affari penali e preme per l’istituzione della
Superprocura. A Palermo era stato isolato, i magistrati del vecchio
Pool vengono ormai assediati all’interno e all’esterno del Palazzo
di giustizia. Per questo si sente la necessità di coinvolgere le più
alte cariche dello stato nella lotta alla mafia. La magistratura da
sola non può farcela, con Falcone a Roma si sente di avere un
appoggio in più, Borsellino decide di tornare a Palermo, lo seguono
il sostituto Ingroia e il maresciallo Canale. E’ in prima fila e
tenta di ricostruire quel clima che, ai tempi del Pool, aveva
permesso di raggiungere grossi risultati.
I Magistrati, con l’arrivo di Borsellino trovano
nuova fiducia. A Borsellino vengono tolte le indagini sulla mafia di
Palermo dal procuratore Giammanco, e gli vengono assegnate quelle di
Agrigento e Trapani. Ricomincia a lavorare con l’impegno e la
dedizione di sempre. Nuovi pentiti, nuove rivelazioni confermano il
legame tra la mafia e la politica, riprendono gli attacchi al
magistrato e lo sconforto ogni tanto si manifesta. In una
dichiarazione si può riassumere lo stato d’animo di Borsellino in
quel momento: "Un pentito è credibile solo se si trovano i riscontri
alle sue dichiarazioni. Se non ci sono gli elementi di prova, la sua
confessione non vale nulla. E’ la legge che lo dice...e io sono un
giudice che questa legge deve applicarla. I rapporti tra mafia e
politica? Sono convinto che ci siano. E ne sono convinto non per gli
esempi processuali, che sono pochissimi, ma per un assunto logico: è
l’essenza stessa della mafia che costringe l’organizzazione a
cercare il contatto con il mondo politico. ...e’ maturata nello
stato e nei politici la volontà di recidere questi legami con la
mafia? A questa volontà del mondo politico non ho mai creduto". Con
questa consapevolezza il giudice, invece di scoraggiarsi, si immerge
nel lavoro con ancora più convinzione, come se la sconfitta della
mafia dipendesse solo dal suo operato e quello dei magistrati che lo
circondano.
Intanto a Roma viene finalmente istituita la
superprocura e vengono aperte le candidature; Falcone è il numero
uno ma, anche questa volta, sa che non sarà facile. Borsellino lo
sostiene a spada tratta sebbene non fosse d’accordo sulla sua
partenza da Palermo. Il suo impegno aumenta quando viene resa nota
la candidatura di Cordova .Borsellino esce allo scoperto, parla,
dichiara, si muove: è di nuovo in prima linea. I due magistrati
lottano uno a fianco all’altro, temono che la superprocura possa
divenire un arma pericolosa se in possesso di magistrati che non
conoscono la mafia siciliana.
Nel Maggio 1992 finalmente Falcone raggiunge i
numeri necessari per vincere l’elezione a superprocuratore.
Borsellino e Falcone esultano, ma il giorno dopo Falcone viene
ucciso insieme alla moglie, a Capaci; la mafia sa che in quel posto
il giudice Falcone era troppo pericoloso.
Borsellino soffre molto, il legame che ha con
Falcone è speciale e lui è morto tra le sue braccia. Tutti i momenti
trascorsi insieme, da quelli più belli a quelli più brutti, gli
tornano alla mente.
Dalle prime indagini nel pool, alle serate
insieme, alle battute per sdrammatizzare, ai momenti di lotta più
dura quando insieme sembravano "intoccabili", al periodo forzato
all’Asinara fino al distacco per Roma. Una vita speciale, quella dei
due amici-magistrati, densa di passione e di amore per la propria
terra. Due caratteri diversi, complementari tra loro, uno un po’ più
razionale l’altro più passionale, entrambi con un carisma, una forza
d’animo ed uno spirito di abnegazione esemplari.
Ancora un attacco al vecchio pool, e a quello
nuovo che tanto faticosamente sta nascendo. Ora Borsellino sa che è
rimasto solo e che il prossimo sarà lui. Questa consapevolezza lo
accompagnerà fino alla fine, lo farà agire in maniera spasmodica,
senza tregua, nella sua nuova lotta : quella contro il tempo.
L’amore per la giustizia è diventato più forte nel momento in cui ha
potuto condividerlo con i suoi colleghi ; quando, uno a fianco
all’altro, quei magistrati hanno sentito di lottare insieme
per raggiungere ad ogni costo la verità. Ora sa che non può mollare
per Falcone e la sua scorta, per Chinnici, Cassarà e tutti gli
altri.
Gli viene offerto di prendere il posto di Falcone
nella candidatura alla superprocura, ma Borsellino rifiuta, sebbene
sia consapevole che quella sia l’unica maniera che ha per condurre
in prima persona le indagini sulla strage di Capaci. Così risponde
al Ministro : "...La scomparsa di Falcone mi ha reso destinatario di
un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di effetti
comunque riconducibili a tale luttuoso evento....". Resta a Palermo,
nella procura dei veleni per continuare la lotta alla mafia,
diventando sempre più consapevole che qualcosa si è rotto, che il
suo momento è vicino.
Ad un mese dalla morte dell’Amico Falcone, tra le
fiaccole e con molta emozione parla di lui, cerca di raccontarlo:
"Perché non è fuggito, perché ha accettato questa
tremenda situazione....per amore. La sua vita è stata un atto
d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato.
Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui,
amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a
questa terra qualcosa, tutto ciò che era possibile dare delle nostre
forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore
questa città e la patria a cui essa appartiene. ..Sono morti tutti
per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e
dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera...dimostrando a noi
stessi e al mondo che Falcone è vivo".
Vuole collaborare alle indagini sull’attentato di
Capaci di competenza della procura di Caltanissetta. E’ consapevole
che è giunto il suo turno e per questo è spesso pensieroso, è
preoccupato per la sua famiglia e per i ragazzi della scorta; non li
vuole sempre a fianco teme che a causa sua possa accadere loro
qualcosa. Le indagini proseguono, i pentiti aumentano e il giudice
cerca di sentirne il più possibile. Arriva la volta dei pentiti
Messina e Mutolo, ormai Cosa Nostra comincia ad avere sembianze
conosciute. Spesso i pentiti hanno chiesto di palare con Falcone o
con Borsellino perchè sapevano di potersi fidare, perché ne
conoscevano le qualità morali e l’intuito investigativo. Anche il
pentito Mutolo chiede di parlare con Borsellino ma Giammanco lo
affida ad un altro magistrato. Mutolo fa’ i nomi di Contrada e del
giudice Signorino come complici della mafia e questa volta il
contraccolpo per Borsellino è molto forte. Non riesce a farsene una
ragione, non riesce a comprendere come un giudice possa essere
asservito a uomini malvagi come i mafiosi. "E’ il crollo di una fede
quella stessa fede che lo ha costretto ad assistere impotente alla
morte di tanti amici". In questi momenti ripensa alla sua vita, a
quella della sua famiglia e dei suoi amici. Cerca di comportarsi in
maniera diversa, di tranquillizzarli, ma spesso la morte entra nei
suoi discorsi. Continua a lottare per poter avere la delega per
ascoltare il pentito Mutolo. Insiste e alla fine il 19 luglio 1992
alle 7 di mattina Giammanco gli comunica telefonicamente che
finalmente avrà quella delega e potrà ascoltare Mutolo.
Lo stesso giorno Borsellino va nella casa del
mare, a Villagrazia, con la scorta. Si distende, va in barca con uno
dei pochi amici rimasti. Dopo pranzo torna a Palermo per
accompagnare la mamma dal medico e con l’esplosione dell’autobomba
sotto la casa, in via D’Amelio, muore con tutta la scorta. E’ il 19
luglio del 1992.
La morte
Borsellino ha un forte rapporto con la morte; è
presente in ogni parte della sua vita.
Teme per gli altri, per la sua famiglia, per I
ragazzi della scorta. Tutti i giorni, in vacanza, esce da solo in
bicicletta e alla stessa ora per comprare il giornale. Si ferma
davanti alla casa del Boss del paese per fargli capire che c’è la
possibilità di ucciderlo da solo senza fare vittime innocenti. E’
molto protettivo con i suoi collaboratori e con la sua famiglia.
Parla spesso della morte un po’ per scherzarci sopra un po’ per
ricordarsi sempre che non è poi così lontana.
"Se muoio adesso, il mio compito l’ho svolto. Ho
dato alla luce e fatto crescere tre figli come voi, l’educazione e
gli insegnamenti che potevo darvi li ho trasmessi. Ho la fortuna di
non essere una persona sconosciuta, se pronunci il mio nome la gente
sa chi sono e cosa ho fatto. Ho svolto il mio lavoro onestamente, ho
saputo dare tanto amore alla mia famiglia, sono contento perché
credo di essere stato un buon figlio, un buon marito, un buon
padre".
Ha visto morire molte persone, uomini di valore
morale ed intellettuale e sa benissimo di non essere esente da una
fine simile. Eppure a volte scherza con la morte, se ne prende
gioco, ci ride sopra con un unico cruccio : quello di aver preparato
i propri figli ad affrontare la vita.
Borsellino non si sente un eroe, come non hanno
pensato di esserlo Falcone, Chinnici, Cassarà e tutti i ragazzi
delle scorte.
Morti strane quelle di Falcone e di Borsellino.
Falcone ucciso il giorno dopo aver saputo di essere il
Superprocuratore dopo mesi di lotte e di pressioni. Borsellino,
ancora, poche ore dopo aver ottenuto la tanto attesa delega ad
ascoltare il pentito Mutolo.
A distanza di anni è facile dire che le
collusioni tra mafia e politica sono più di un sospetto ; ora
possiamo comprendere come quei giudici fossero davvero soli nella
lotta ad una mafia potente e ben inserita nel palazzo del potere.
Eppure, non è ancora finita e gli avvertimenti del pool sembrano
dimenticati. Non abbassare la guardia, agire sui giovani, sulla
società civile come hanno fatto loro: uomini impegnati nella loro
missione, nella lotta per la verità e per il riscatto di un popolo.
"Non sono né un eroe né un Kamikaze, ma una
persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa
misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante
è che sia il coraggio a prendere il sopravvento...Se non fosse per
il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno".
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