SITO UFFICIALE di IGNAZIO PICADI

 

 

MILANO ANNI ' 80: BISCHE, BULLI, MILIONI, CORRUZIONE

" Quelle nottate tra poker e poliziotti "

I ricordi di "Serpico" Gregolin e le partite con Tonino Di Pietro" Con Mani pulite smise di giocare"

"Quelle nottate tra poker e poliziotti" I ricordi di "Serpico" Gregolin e le partite col futuro Tonino nazionale "Ma con Mani pulite smise di giocare"

MILANO
"Una sera il mio amico Sergio, il Gualazzi, mi telefona:

"Aldo, ci manca un quarto, vieni a fare un poker a casa mia, sopra il bar di Franco, qui a Rho. Dai, che ci divertiamo, ci sono due amici simpatici, due poliziotti".

Io ci sono andato, ma non mi sono divertito tanto.

Perche' quando la serata era alla fine, ed eravamo a giri fermi, io ero sotto di tre milioni.

Poi, per fortuna, mi sono ripreso, almeno un po' e ho perso 937 mila lire.

Mica poco, comunque: era il ' 79, ricordo, dicembre, vicino a Natale: per me quella cifra voleva dire tutto lo stipendio e anche la tredicesima.

Ma i debiti di gioco si pagano e allora diligentemente ho scritto 937 mila lire sull' assegno che ho staccato per uno dei due poliziotti: vallo a immaginare che proprio quello poi sarebbe diventato il Tonino nazionale "TONINO DI PIETRO".

Aldo Freschi tira fuori parole a raffica, lì nel bar di fronte al suo ufficio, la sede centrale della Maa Assicurazioni, lì dove lavora anche Osvaldo Rocca, amico di caccia di Di Pietro ed ex braccio destro di Giancarlo Gorrini.

Aldo Freschi alla Maa lavora da tanti anni, ma al lavoro lui preferisce i bicchierini di vino bianco e le carte da gioco che non ha mai smesso di tenere in mano anche se, ripete, gli brucia ancora quel milioncino perso al tavolo con Di Pietro ed e' per questo che da quella volta ha smesso di andare in casa del Gualazzi.

Sergio Gualazzi, invece, dice che adesso a poker non ci gioca piu', almeno non lo fa piu' nei bar e sicuramente non nel bar tabacchi di Franco a Rho perche' lui a Rho non ci abita piu' da molti anni, da quando e' venuto a Milano e si e' messo a vendere oro e gioielli e ricorda quella volta quando Antonio Di Pietro che era al commissariato Scalo Romana venne a fargli i controlli sulla merce e ci fu qualche problema. "Ma poi tutto si chiarì", assicura Gualazzi,  e spiega: "Gli portai le carte e lui si convinse che era tutto in regola".

Storie passate, storie di quando a Milano e nell' Hinterland le bische fiorivano come funghi e si giocava a poker nei baretti o a chemin de fer nelle bische clandestine che avevano nomi culturali come gli "Amici della pittura" o perbenisti come il "Brera Bridge" o si nascondevano dietro le insegne di circoli sportivi.

Ennio Gregolin se la ricorda bene la Milano di quegli anni, lui che era a Scalo Romana prima e al commissariato Ticinese poi, e le bische in citta' le conosceva praticamente tutte e lo chiamavano "Serpico" o "Piedone lo sbirro" o "Maciste" perche' aveva le spalle grosse e nelle bische ci entrava con il mitra spianato ed erano gli anni Settanta quando a Milano il gioco d' azzardo lo aveva in mano Francis Turatello "Faccia D' Angelo" e sembrava di vivere dentro un film di Francis Ford Coppola.

"Ma Tonino non ha mai conosciuto Francis Turatello. Lui nel gioco e' arrivato dopo, quando le bische le gestiva Angiolino, lo sbarbatello".

Ennio Gregolin lo chiama cosi', Angiolino lo sbarbatello, ma Angelo Epaminonda a Milano era conosciuto come "il Tebano" ed e' stato proprio Epaminonda a raccontare ai giudici di avere corrotto Gregolin "Serpico": uno stipendio di due milioni al mese per chiudere un occhio sulle sue bische.

Gregolin per questo e' finito in carcere e l' accusa era di associazione di stampo mafioso. Ora Gregolin ha cambiato lavoro e citta' e per vivere vende vestiti in un negozio sulla Riviera adriatica. "Ma il mio cuore e' rimasto lì, in polizia", dice, il tono melanconico e uno sguardo alla figlia piu' piccola che sistema T shirt stampate negli scaffali.

Poi il racconto: "Grandi anni. E grande il vice questore di quegli anni, Nardone, che a noi poliziotti diceva: "Fate come vi pare, andate pure con le puttane, ma su dieci volte almeno una volta andateci per lavoro".

E per lavoro Ennio Gregolin andava insieme con Patrizia Piccolo, la valletta della bisca "Amici della pittura" in Corso Sempione, la ragazza che al giudice Giorgio Della Lucia racconto' di avere visto Craxi che giocava ai tavoli ed era quando Francis Turatello anche dal carcere riusciva a tenere le fila del gioco d' azzardo grazie all' aiuto di uomini come Ugo Filocamo, Ughetto per gli amici. "Ma a giocare li' con Ughetto c' era anche il cognato di Craxi, Pillitteri, e Carlo Tognoli", racconta Ennio Gregolin e poi strizza l' occhio: "La Patrizia Piccolo era una vera miniera di informazioni".

Parla e sorride Ennio Gregolin e il suo sembra il racconto di una gita in montagna fra amici, una cosa normale. "Ma certo e' normale. Soltanto che adesso scopriamo l' acqua calda". E acqua calda per lui sono anche le bische di via Panizza e di via Savona, quelle che dopo la fine di Turatello rifioriscono grazie al Tebano, l' uomo che lo ha mandato in carcere e che lavorava insieme con Nunziatino Cono Maddalena.

"Una brutta storia, quella di Epaminonda. Ho passato tredici mesi nel carcere militare di Peschiera del Garda, lì dove un giorno e' venuto a trovarmi Tonino Di Pietro, allora era magistrato a Bergamo.

Mi ha abbracciato e baciato e mi ha detto: "Ennio caro, mi dispiace, ma questa volta per te non posso fare nulla, anche se il tuo giudice e' Di Maggio".

E del resto io ero finito in carcere soltanto per le parole di un pentito che si chiama Epaminonda, senza neanche mezzo riscontro. Ma funziona cosi': io all' epoca ero famoso. Non certo come Tonino.

Si sa che per rovinare un uomo bastano tre cose: la cocaina, il gioco e le donne.

Tonino mi e' sempre rimasto affezionato anche da magistrato e mi ricordo quella volta che andai a trovarlo in ufficio e non volevano farmi avvicinare: ma io entrai lo stesso e Tonino smise di interrogare per salutarmi".

Una sigaretta via l' altra, Ennio Gregolin prende appena fiato.

"Tonino Di Pietro e' sempre stato disponibile con tutti e ha fatto favori a tante persone. Si', certo, anche a Eleuterio Rea che con i cavalli perdeva tanti soldi. Ma poi, quando e' cominciata "Mani pulite", non ha piu' fatto favori a nessuno e ha anche smesso di giocare: come faceva? Viveva insieme alla scorta".

Negli anni Novanta, Epaminonda e' sparito dalle scene della mala milanese. Dice Gregolin: "Le bische le controllava Gimmi Miano, insieme con Giorgio Tocci, si' , proprio il poliziotto arrestato con me, che adesso vive in un posto segreto, sotto scorta. Lui ai giudici ne ha confessate tante, di cose scottanti. Ma non lo hanno ascoltato.

In un interrogatorio al giudice Di Maggio ha raccontato anche di quando andava dai poliziotti e dai capi a portare i soldi nelle valigette e lo faceva per farli stare buoni, per non avere grane nelle bische. Ma il giudice questo a verbale non ce lo ha voluto mettere".

 
PUBBLICATO DAL CORRIERE DELLA SERA L' 11 GIUGNO 1995
 

GUALAZZI INTERVIENE su POKER E POLIZIOTTI...

GUALAZZI INTERVIENE Con riferimento all' articolo dal titolo "Quelle nottate tra poker e poliziotti" apparso a pagina 5 del Corriere della Sera dell' 11 giugno 1995 a firma Alessandra Arachi. Vorrei chiarire che: a) il signor Sergio Gualazzi non ha mai intrattenuto rapporti di frequentazione con il dottor Antonio Di Pietro e, tantomeno, non ha mai avuto modo di giocare a poker con lui; b) il signor Sergio Gualazzi non ha mai conosciuto il signor Ennio Gregolin ed e' sempre stato del tutto estraneo alla frequentazione degli ambienti politici e malavitosi citati e descritti nell' articolo in questione; c) il signor Sergio Gualazzi svolge da molti anni l' attivita' professionale di agente di commercio nel settore dell' orologeria e non e' mai stato coinvolto ne' nelle vicende ne' negli ambienti cui l' articolo fa riferimento, ne' in alcuna altra videnda illecita o scorretta. avv. Gabriele Cianci Le vicende riferite nell' articolo, citate nella lettera dell' avvocato Gabriele Cianci, sono tutte affermazioni fatte dal signor Aldo Freschi e pertanto a lui rinviamo per eventuali chiarificazioni. Relativamente al signor Sergio Gualazzi, nell' articolo ho solo ricordato alcuni controlli fatti dal dottor Di Pietro sulla merce venduta dal signor Gualazzi, circostanza questa che non e' smentita nella lettera dell' avvocato.Al. Ar.

Gorrini: nel mio memoriale ho scritto cose che i capi del Pool non potevano non sapere

PARLA DAL CARCERE IL GRANDE ACCUSATORE DI TONINO

Gorrini: nel mio memoriale ho scritto cose che i capi del Pool non potevano non sapere Taglia corto: "Inutile chiedere. Tanto non lo dico che cosa c'e' scritto in quel memoriale". E chiarisce subito: non c'e' nulla che potrebbe fargli cambiare idea. Ma poi butta li' qualche frase: "In quel memoriale ci sono scritte cose che i capi di Di Pietro non potevano non sapere. Cose su Di Pietro si', ma piu' che altro su altri magistrati". E giu' allusioni su un tipo particolare di magistrati: i giudici di sorveglianza. Tutto a meta' fra il detto e il non detto. Perche' Giancarlo Gorrini, il grande accusatore di Antonio Di Pietro, si e' gia' impegnato a mantenere una promessa: e cioe' a tenere la bocca cucita sui suoi recenti appunti di malefatte altrui. Ha giurato che il suo ultimo memoriale sara' pubblico soltanto se gli capitera' "qualcosa di grave". Ma ieri quasi quasi avrebbe svelato tutto al consigliere regionale dei Verdi Carlo Monguzzi che e' andato a trovarlo in carcere. Nella sua cella, al sesto raggio di San Vittore, "Pupi" ha imparato a scandire il tempo coi ricordi: le pressioni per annullare i debiti di gioco di Eleuterio Rea, ex comandante dei vigili di Milano, i 100 milioni prestati a Di Pietro, la Mercedes regalata al pm e le altre auto "di favore" date ad altri magistrati. Per lui, ex patron della Maa Assicurazioni, e' passata l'epoca d'oro in cui era il capo indiscusso della societa' assicuratrice. Adesso e' un detenuto come tanti: condannato a tre anni proprio per i buchi miliardari della compagnia. L'altro giorno ha preso carta e penna e ha buttato giu' una pagina di veleno. L'ha consegnata a Carlo Taormina, il suo avvocato. Ne ha fatto avere una copia anche a sua figlia ma con una raccomandazione: non una parola sul contenuto di quel foglio. "A meno che non mi capiti una disgrazia" ha detto. Racconta, Gorrini, che da molto tempo convive con un brutto presentimento. "La mia paura - ha spiegato a Monguzzi - non e' tanto morire ma restare inebetito su una sedia a rotelle, oppure cieco". Poi attacca col capitolo Di Pietro. "E' malato di protagonismo" dice. "Ma con me non funziona. Una volta gliel'ho detto chiaro e tondo: vai a quel paese. Eravamo nel suo ufficio e lui diceva "Non gridare, ci sono i giornalisti fuori". Ma io ero proprio arrabbiato. Aveva fatto arrestare un mio vicino di casa alle sei del mattino del venerdi' e l'aveva interrogato il lunedi' successivo, alle cinque del pomeriggio. "Un weekend in carcere schiarisce le idee" diceva. E io mi sono arrabbiato perche' non si trattano cosi' le persone". Di esperienze giudiziarie dal sapore amaro Gorrini giura di conoscerne molte. Alcune, assicura, le ha vissute in prima persona. Ed e' proprio di "esperienze amare" che parla il suo avvocato per giustificare il silenzio sull'ultimo memoriale. Lo scritto, insomma, non sarebbe stato diffuso perche' "Gorrini ha paura - rivela Taormina - di incorrere in rigori ancora maggiori rispetto a quelli che gli sono capitati per essersi permesso di rappresentare all'autorita' giudiziaria cose avvenute e riconosciute fondate dallo stesso avversario". Nella sua piccolissima cella, intanto, l'ex assicuratore aspetta buone nuove. Il tribunale di sorveglianza decidera' settimana prossima sulla sua richiesta di trasferimento in ospedale e, il 23 luglio, esaminera' anche la domanda per gli arresti domiciliari. Di San Vittore Gorrini parla come di un posto "di straordinaria umanita". "Sia nei raggi che nel centro clinico sono stato trattato benissimo. Questi ragazzi sono bravissimi" dice, indicando Pasquale, il brigadiere che ha accompagnato il consigliere regionale nelle celle. E ancora: "Qui ci sono persone deliziose e una solidarieta' che fuori non esiste". Sergio Cusani, altro detenuto "storico" di Mani pulite, e' due piani piu' in giu': tutto preso dalla sua "Carta dei diritti del detenuto". I due si incontrano di rado: "Lo vedo ogni tanto, si', ma il fatto e' - ammette Gorrini - che apparteniamo a due culture diverse. Lui fa piu' il sindacalista e io non sono tagliato per queste cose". Non e' fatto, l'accusatore del magistrato piu' famoso d'Italia, per creare agenzie di lavoro in carcere, per spedire lettere a ministri, sindacati e giornali: per fare, in sostanza, tutto cio' che tiene impegnato Cusani da mattina a sera. Giancarlo Gorrini punta su altro: vuole dimostrare che dice il vero, contro Di Pietro o contro chiunque altro accusi nel suo benedetto memoriale. E' sicuro che ci riuscira'. E prima che arrivi "qualcosa di grave" a scoprire le sue carte.

 

LA PAROLA A GREGOLIN

TRA POKER E POLIZIOTTI LA PAROLA A GREGOLIN

Io, Ennio Gregolin in relazione all' articolo pubblicato l' 11 giugno pagina 5 ("Quelle nottate tra poker e poliziotti"), a firma Alessandra Arachi, dichiaro di aver conosciuto il dottor Di Pietro quando era commissario al 4 Distretto di Polizia di Milano, non ho mai avuto occasione di giocarci insieme a carte, o a qualsivoglia altro gioco, e meno che meno in un bar di Rho. Non ho mai detto di aver chiamato Epaminonda "lo sbarbatello": ho detto che era Turatello a chiamarlo cosi' . Sono stato giudicato, e condannato, a seguito delle dichiarazioni rese da Epaminonda: la verita' storica e' ben diversa dalla verita' processuale. Non ho mai detto di essere andato "insieme" con Patrizia Piccolo: ho semplicemente detto di averla conosciuta, e frequentata, per motivi di servizio. Non ho mai detto di aver giocato, o visto giocare, gli onorevoli Craxi, Pillitteri, Tognoli: ho detto di aver conosciuto Craxi per motivo di servizio, e Tognoli quando ebbe a conferirmi, per merito, l' Ambrogino d' oro. Non ho mai detto di essermi incontrato presso il carcere di Peschiera, ove in allora ero detenuto, con Di Pietro, venuto appositamente per visitarmi: ho detto che Di Pietro venne presso il carcere di Peschiera per motivi del suo ufficio e che, per combinazione, mi incontro' e mi saluto' : non vedo come avrei potuto dire, e cito l' articolo: "Ennio caro, mi dispiace ma per te questa volta non posso fare nulla...", posto che il mio Giudice in allora era il dottor Di Maggio. Confermo l' incontro con Di Pietro presso il suo ufficio in occasione di una mia venuta a Milano per motivi processuali. Non so se Di Pietro nutra nei miei confronti, dopo la mia condanna, affetto o simpatia. Escludo di aver parlato con la signora Arachi di favori che il dottor Di Pietro avrebbe fatto al dottor Rea: ne consegue che nulla so, e nulla avrei quindi potuto dire, di cavalli e perdite al gioco. Ho detto, in relazione all' ultimo periodo dell' articolo, di aver saputo che sarebbero stati fatti dei "regali" ai capi, ma che queste affermazioni non furono ritenute attendibili perche' mancanti di riscontro: fu il dichiarante a rifiutarsi di sottoscrivere e non il Magistrato a non verbalizzare. Ennio Gregolin Confermo quanto scritto nel mio articolo. Fa eccezione una frase: non era il signor Gregolin a chiamare "lo sbarbatello" il boss Angelo Epaminonda. Il signor Gregolin mi ha raccontato invece che era il boss Francis Turatello a chiamarlo cosi' . Al. Ar.

 

Morto a 58 anni Eleuterio Rea ex capo Digos

MILANO - è morto ieri pomeriggio Eleuterio Rea, soprannominato Stefano, ex capo dei vigili urbani, ex capo della Digos e della Mobile. Rea, 58 anni, ha avuto un malore alle 20, mentre percorreva a piedi via Piccolomini, una stretta arteria alle spalle dell' ippodromo di San Siro, subito prima del piazzale dove sorge lo stadio Meazza. I medici, giunti con i primi soccorsi, non sono riusciti a rianimarlo. Proprio per la sua grande passione per i cavalli, Eleuterio Rea era stato coinvolto nelle inchieste del post-Tangentopoli. Antonio Di Pietro era intervenuto a suo favore, con gli imprenditori Giancarlo Gorrini e Antonio D' Adamo, perché smettessero di giocare alle corse, gli uni contro gli altri e, soprattutto, mettessero fine ai debiti di gioco di Rea. I cavalli da corsa erano la sua passione, ma da poliziotto era stato un abile investigatore, soprattutto negli anni dell' anti-terrorismo. Dopo vari processi, in cui era stato assolto, era reintegrato alle dipendenze del Comune di Milano come funzionario per occuparsi di assistenza ai nomadi e agli sfrattati.
 

Ecco perché a Eleuterio Rea lo stipendio non bastava più

«Eleuterio Rea mise all' incasso assegni clonati dopo che era venuto a sapere, dalla stampa e dallo stesso Giancarlo Gorrini, dei reati finanziari commessi ai danni della Maa». Ad affermarlo sono i giudici della quarta sezione della Corte d' appello, che ieri hanno depositato le 41 pagine di motivazione della sentenza. Lo scorso 14 maggio, l' ex capo dei vigili urbani fu condannato a quattro anni di carcere per ricettazione. Rea, dunque, sapeva che gli assegni circolari di Gorrini altro non erano che i fondi neri creati ai danni della compagnia assicurativa (fallita sotto il peso di 120 miliardi di lire di debiti) attraverso l' invenzione di risarcimenti fittizi. «Ma - aggiungono i giudici - rifiutarsi di cambiare gli assegni di Gorrini avrebbe significato per Rea e gli altri imputati l' espulsione da quel mondo dorato, oltre che il tradimento verso il proprio benefattore~ Lo stipendio da funzionario di polizia avrebbe tenuto lontano Rea dalle sale private per le scommesse all' ippodromo, dai voli privati per andare alle corse~». Sempre ieri, la vicenda giudiziaria della Maa ha vissuto un altro capitolo, forse conclusivo. Davanti al gip Guido Salvini è stata depositata la perizia del tribunale in cui si fissa a 192 miliardi in negativo il valore della compagnia assicurativa. Lo studio porterà quindi all' archiviazione la denuncia dell' ex patron della Maa, Gorrini, che accusava i commissari di aver svenduto la compagnia alla Sai. Il prezzo fu di 1000 lire, con l' obbligo della Sai di accollarsi i debiti.
 

ECC. ECC. RICORDANDO CHE:

LA PRESTAZIONE LAVORATIVA di Cristiano Di Pietro figlio

a favore della Maa Assicurazione e l'assegnazione alla moglie
Avv. Susanna Mazzoleni

  di alcune pratiche della Maa Assicurazione,

 e questa auto per...

BRAVO TONINO SEI IL RE DEI RE

Indagato Rocca che ha confermato il racconto del magistrato
Venerdì 07 luglio 1995 - bresciaNuovi guai per Di Pietro?


I verbali dell'ex pm: così mi boicottavano

È accusato di false dichiarazioni al pubblico ministero Osvaldo Rocca, il collaboratore di Giancarlo Gorrini che ieri mattina verso le 13,30 è uscito dagli uffici della Procura di Brescia. Abbronzato, ben vestito - uno spezzato classico - accompagnato dal suo avvocato Bruno Senatore, ha sceso le scale del palazzo di via Moretto dopo tre ore e mezzo di interrogatorio. Seccato e a passo molto svelto ha raggiunto il parcheggio dell'auto, in fondo a corso Cavour e non ha voluto spiaccicare parola su quanto ha riraccontato ai magistrati. E si perchè Osvaldo Rocca non è nuovo agli incontri con Salamone e Bonfigli. L'avvocato ha cercato addirittura di negare l'incontro con i due magistrati. Con Gorrini, Rocca è il protagonista della storia che riguarda i presunti comportamenti illeciti di Antonio Di Pietro, il famoso prestito e la vicenda della Mercedes per intendersi. Solo che Rocca fornisce una versione che concorda con quella di Antonio Di Pietro, mentre Gorrini dice cose completamente diverse. Cosa strana è che Osvaldo Rocca sia stato sentito tre giorni dopo il maxi intrrogatorio dell'ex pm. Una verifica su quanto Tonino ha raccontato?E Rocca ha confermato o ha modificato le sue dichiarazioni? Non si sa, ma dall'atteggiamento del socio di Gorrini pare di capire che non si sia allontanato molto da quanto aveva dichiarato nelle precedenti chiacchierate con i magistrati Salamone e Bonfigli. Sul prestito di 120 milioni Gorrini dice che fu lo stesso Di Pietro e chiedergli, alla fine dell'89, i soldi per ristrutturare la casa di Bergamo. Gorrini afferma di aver dato sei assegni circolari a Rocca che poi li cambiò in denaro contante e li consegnò a Di Pietro negli uffici della Maa. Rocca sostiene cose ben diverse e cioè dice che nel '91 Di Pietro gli spiegò di aver bisogno di soldi per acquistare una casa a Bergamo. E Rocca sostiene che fu lui stesso a offrirsi per il prestito, pochi giorni dopo. Ne parlò con Gorrini che decise di accollarsi il prestito consegnando a Rocca cento milioni in contanti che Di Pietro ritirò la sera stessa. Rocca aggiunge anche che Di Pietro la sera insistette per fare una scrittura privata, ma che lui si rifiutò vista la loro amicizia. Almeno fino ad ora, Rocca ha comunque sempre escluso che Di Pietro fosse a conoscenza che quei soldi arrivavano da Gorrini.Anche sulla restituzione del prestito le versioni sono discordanti. Gorrini dice che all'improvviso, il 27 settembre del '94, Rocca arrivò a casa sua con 50 milioni in contanti che aveva appena ricevuto da Di Pietro e il 30 settembre Rocca ricevette la visita di un agente amico di Di Pietro, Rocco Stragapede, che gli consegnò altri 50 milioni in contanti (le banconote erano avvolte in un giornale). Rocca racconta invece che nella primavera del '94 Di Pietro lo invitò a bere un caffè e gli disse che, avendo appena ricevuto dei soldi per il libro che aveva scritto, era pronto a restituire i soldi avuti in prestito. Cosa che fece con quattro assegni circolari. Per quanto riguarda la Mercedes (quella da sessanta milioni che venne intestata dall'avvocato Lucibello), Gorrini racconta che fu Rocca a dirgli che aveva bisogno di un'auto da regalare a Di Pietro. Rocca dice invece che si interessò per recuperare un'auto all' amico Tonino, dopo che questi aveva distrutto la sua in un incidente, e sostiene di aver trovato nel parco macchine della Maa la Mercedes che valeva si e no una ventina di milioni. Rocca dice anche che Tonino accettò solo a condizioni di pagarla anche a rate e gli diede in pegno un libretto al portatore con una quindicina di milioni.Cosa avrà modificato o cosa avrà riconfermato non si sa. Sta di fatto che Osvaldo Rocca, a distanza di tre giorni dall'interrogatorio di Di Pietro, è stato riconvocato in Procura, a Brescia. E a proposito dell'interrogatorio di Di Pietro, ecco che il settimanale 'l'Espresso', non si sa come, ma spesso la fantasia fa miracoli soprattutto se pilotata, anche se gli atti sono segretati e nemmeno gli avvocati ne hanno una copia, anticipa i verbali dell'interrogatorio. Secondo il settimanale la lunga deposizione di Antonio Di Pietro inizia così: «Fin dall'inizio di Mani pulite è stato un crescendo continuo di dossier costruiti nei miei confronti. Sono stato illegittimamente controllato, minacciato, blandito nel tentativo di delegittimarmi».L'ex magistrato di Mani Pulite avrebbe addirittura descritto 137 episodi di delegittimazione e tra questi si parla oltre che di indagini clandestine nei suoi confronti, anche di miliardi offerti a due personaggi di Bergamo per raccontare che l'uomo simbolo di Mani Pulite faceva uso di droghe.

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